| 29 July 2010
Israele
“normale” incultura a suon di “disco”
In queste ultime settimane sono stati mandati in onda dalle reti televisive nazionali alcuni pezzi riguardanti la vita notturna di Tel Aviv sul tema della “città che non dorme mai”. In alcuni quotidiani italiani ed europei sono stati pubblicati simili reportage con protagonisti giovani israeliani che a Tel Aviv passano le loro giornate estive dalla spiaggia ai locali notturni, nelle discoteche e negli after-hour. L’immagine quindi di una città che compete con le principali capitali europee e nordamericane in spensieratezza, divertimento, cultura e spettacolo e che si fregia con Barcellona e Parigi, Londra e Berlino del titolo di “GLBT friendly”. Ma oltre a ciò di recente un bel video musicale inonda le discoteche e le radio israeliane, ma anche europee, e fa da accompagnamento alla vita notturna. La musica e il testo sono un rimaneggiamento molto accurato del Hatikva (La candela) – l’inno di Israele – e le parole in ebraico inframmezzate dal francese di un rapper sono una apologia del mito sionista della Terra promessa e di Gerusalemme sua capitale. Ben pochi al di fuori di Israele – non conoscendo l’ebraico né le note dell’inno – potranno cogliere che dietro una accurata confezione vi è una subliminale dose di propaganda. Ma d’altro canto, proprio la pletora dei reportage – ed il principale telegiornale italiano è stato particolarmente “generoso” negli ultimi giorni – hanno origine da una velina del ministero dell’Informazione israeliano rivolta ai giornalisti occidentali accreditati “presentare una immagine di normalità e spensieratezza, di divertimento identica a quella di tutte le capitali europee. I giovani israeliani come del tutto omologabili a quelli europei e statunitensi, cioè indurre ad immedesimarsi con la gioventù di Tel Aviv e non con quella palestinese, e allontanare le immagini della guerra e dei soldati che la conducono che sono gli stessi che poi danzano nelle discoteche della città. Un giovane reporter indipendente ha intervistato molti di quei ragazzi che spensierati e allegri non esitano a esprimere frasi volgari, razziste e belliciste nei confronti dei loro coetanei palestinesi, iraniani e arabi in genere. Il filtro propagandistico delle immagini è uno strumento potentissimo che il governo israeliano usa a profusione per presentare una realtà artefatta, un desiderio di “vita normale” mentre i coetanei di Gaza, nella Cisgiordania e nei campi profughi, hanno certo ben poco da divertirsi e tutt’altro che motivi di spensieratezza








settembre 1979, la cinque giorni del concerto No Nukes. In uno straripante Madison Square Garden, era una colonna sonora che si veniva snodando: quella delle mobilitazioni contro il nucleare, mortifera energia, militare o civile che fosse. Equivalenza che per milioni di americani si appalesò scioccante con l’“incidente” alla centrale nucleare di Three Mile Island in Pennsylvania il 28 marzo di quell’anno, il più grave negli States nell’ambito del nucleare “ad uso commerciale”. Per un guasto ad un reattore, si verificò una fuoriuscita di gas radioattivi e oltre 140 mila abitanti abbandonarono la zona.
Il 4 gennaio 1960. Albert Camus si schiantava con la sua auto vicino a Montereau, a un centinaio di chilometri da Parigi. Era nato in Algeria, a Mondovi, il 7 novembre 1913, esattamente quattro anni prima della rivoluzione russa. 



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